Nella definizione latina, instrumentum indica semplicemente un tipo di fornitura, di qualunque genere e consistenza, necessaria a svolgere una qualche attività: il corredo di un collegiale, di un soldato, di una sposa. Ma è il corredo nuziale a rivestire, nella storia, un grande valore culturale e sociale: specchio dei tempi, il corredo resta uno degli indicatori più dettagliati ed attendibili dell’evoluzione del gusto e del costume. Normalmente affiancato e parte integrante di una dote in denaro e beni di vario genere, poteva arrivare anche a costituire l’intero ammontare del “patrimonio”, che la sposa, fin dall’antichità, era tenuta a portare con sé, pena l’impossibilità del matrimonio stesso.
La presenza o meno di un ricco corredo non era soltanto un fatto individuale e, ovviamente, di prestigio della famiglia (il corredo era esibito pubblicamente prima del matrimonio), ma era vissuto dalla collettività come garanzia sociale, in quanto definizione dello status “maritabile” di una componente della società e, quindi, perpetuazione dell’ordine e della stabilità sociali. Ed è la stessa società che, spesso, nella storia, si fa carico di promuovere manifestazioni specifiche, destinate alla possibilità di formazione di un corredo “minimo” per le meno fortunate e le meno abbienti. Si può vedere, a proposito, la trascrizione della secolare festa veneziana “delle Marie” in “C’era una volta il corredo da sposa” di Doretta davanzo Poli (ed. consorzio merletti di Burano, 1987).
Sul tema del valore sociale del corredo è fondata anche la tradizione di San Nicola dispensatore di doni, che ha dato poi storicamente origine (con le opportune correzioni) alla stessa figura di Babbo Natale. A Casa Buonarroti, a Firenze, è conservata la tavola di Giovanni di Francesco (1428? – 1459) con le Storie di San Nicola di Bari, con il famoso episodio del Santo che getta tre palle d’oro all’interno della casa di tre povere fanciulle sfortunate, cadute in miseria, per la formazione della dote, e salvandole quindi da un ineluttabile destino di rifiuto sociale e probabilmente dalla strada.
Lo status del corredo si identifica così con la stessa qualifica di essere donna all’interno di un gruppo sociale strutturato. Nel caso che la donna non si sposi il corredo resta e viene tramandato. E’ soggetto all’antico istituto giuridico della collazione, e cioè a confluire nel cumulo dei beni ereditari, a meno di indicazioni specifiche espresse per testamento.
Hanno corredi anche monache e badesse. Nel Museo di Palazzo Davanzati, a Firenze, sono conservate delle speciali “casse da monaca”, cassoni da corredo con corpo e coperchio bombati, destinati a quelle fanciulle per cui, fin da bambine, era previsto un futuro dietro alle porte di un convento.
Di fatto corredo e dote hanno svolto nella storia anche una funzione di garanzia della durata del vincolo matrimoniale, anche perché i beni “impegnati”restano di proprietà della donna in caso di scioglimento del matrimonio. In realtà sono amministrati dal marito, che però non può venderli, e tornano al padre della sposa, in caso di morte di questa, là dove non ci sono figli che possano ereditarli.
A parte la consistenza, nella storia del corredo, si registrano differenze di contenuto, a seconda che si tratti di corredi di una certa importanza o di corredi per classi meno abbienti. La biancheria da letto fa parte normalmente di questi ultimi, mentre il corredo importante si indirizza soprattutto su vesti, accessori, e telerie per un largo fabbisogno della donna e della famiglia. Nella tradizione ebraica è sempre l’uomo che porta con sé il corredo di biancheria da casa e da letto, mentre alla sposa resta comunque quello di biancheria personale. Le lenzuola, apparse in epoca bizantina, compaiono piuttosto tardi, ma già Boccaccio, in un racconto del Novellino, scritto tra il 1281 e il 1300, parla di lenzuola di seta; e, dopo il 1870, compaiono biancheria e lenzuola di seta colorata.
Ci sono corredi storici che sono rimasti famosi per la loro opulenza e splendore: primo tra tutti quello allestito per Lucrezia Borgia, andata sposa nel 1502 ad Alfonso d’Este, futuro duca di Ferrara, e il cui elenco è custodito presso l’Archivio di Stato di Modena. La consistenza, comunque, e il numero dei capi dello stesso genere, presenti nel corredo, varia molto nel tempo. Se nel 1466 il corredo di Nannina de’ Medici, sorella di Lorenzo il Magnifico, andata sposa a Bernardo Rucellai, e giudicato allora “ricchissimo”, contiene una diecina di vesti da giorno, una sola camicia di tela bianca di “renza” (tela pregiata di sottile lino bianco, di Reims), quattro paia di guanti, otto di calze e un ventaglio ricamato ( oltre a cuffie e cappelli) (A. Fiorentini Capitani e S. Ricci: “Il costume al tempo di Pico e Lorenzo il Magnifico”, ed Charta 1994), si passa alle 134 camicie (più 30 da notte) del corredo veneziano della sposa Priuli Tiepolo del 1788. E’ stato valutato che il corredo, non del tutto straordinario, anche se di una certa consistenza, di ciascuna delle quattro sorelle Raggi di Genova, tra il 1824 e il 1830, potesse valere l’equivalente di un appartamento di 150 mq o un peschereccio della stazza di 17 tonnellate (Doretta Davanzo Poli: “C’era una volta il corredo da sposa”).
Ovviamente i corredi principeschi e reali hanno la loro maggiore consistenza negli abiti cosiddetti di rappresentanza della donna, normalmente dotati di finiture preziose, gioielli e accessori ad altissimo livello. Nel ‘400 scoppia una vera e propria mania per le maniche ricamate e ingioiellate (concepite anche singolarmente, dato che si staccavano e potevano essere sostituite a piacere), tanto da far dilapidare, per questo, interi patrimoni, e suscitare interventi continui di leggi suntuarie ed accese reprimende degli asceti della Chiesa. San Bernardino da Siena attaccò duramente l’uso delle maniche, non facendosi commuovere neppure dalla loro somiglianza con le ali degli angeli. ( M. Luciana Buseghin: “Ricamo di nozze” – ed. Caprai, 1987). Ma, ancora più che a causa dei gioielli, la preziosità, e quindi la consistenza dell’intervento economico, nella formazione del corredo, è lievitata a dismisura con la diffusione del merletto, a cominciare dal fiabesco punto in aria (dalle tecniche di sfilatura del reticello). Comparso per la prima volta a Venezia durante il ‘400, ed invenzione delle merlettaie veneziane, che resteranno punto di riferimento, per secoli, in tutta Europa, già alla fine del secolo viene prodotto, come guarnizione d’abito, in oro ed in argento. Dalla Roma papale alla raffinata corte degli Estensi, è Lucrezia Borgia a diffondere la passione per i merletti realizzati con metalli preziosi, spesso lavorati a contrasto, con il nero o con sete colorate,secondo il gusto spagnolo di provenienza dei Borgia. (M: Luciana Buseghin: “Ricamo di nozze” – ed. Caprai, 1987).
L’influsso di Vittoria sarà enorme, per tutti i suoi 64 anni di regno (fino ad ora il più lungo e stabile di tutta la storia britannica). Vittoria ed Alberto si impongono come modello di vita sociale, nei suoi costumi e nelle sue scelte quotidiane, indirizzato, con piena cognizione di causa e tenace continuità, non tanto nei confronti di una nobiltà che usciva svuotata di contenuti e di prestigio dal secolo precedente, ma di quella nuova classe borghese destinata a dare stabilità e prosperità al regno. Nel 1840, al momento del suo matrimonio d’amore col principe tedesco, Vittoria è al trono da soli tre anni; sono ancora freschi la memoria della rivoluzione francese ed americana e lo sdegno popolare per gli eccessi di lusso della nobiltà.
Vittoria , con una mossa di grande intelligenza, pur conservando tutti i requisiti di una pompa solenne, sceglie un vestito completamente innovativo rispetto alle pesanti vesti nuziali di Corte, bellissimo, ma notevolmente sottotono rispetto a un cerimoniale consolidato da secoli: sarà il prototipo della prima sposa reale in bianco, coronata di fiori d’arancio, modello assolutamente non inavvicinabile per tutte le fanciulle borghesi e di buona famiglia che verranno dopo. Per anni le spose inglesi ambiranno ad avere, per il giorno del matrimonio, i fiori d’arancio provenienti dal giardino di Osborne House di Vittoria. Lo stesso varrà anche per il velo di nozze: una corta stola di pizzo Honiton (non arrivava neanche a terra), apparentemente semplice e “ripetibile” come modello, ma in realtà, insieme al vestito dello stesso merletto, frutto del lavoro selezionato, per sei mesi, di circa duecento donne, con una capo merlettaia, Jane Bidey di Beer, a cui Vittoria è talmente grata da non esitare a invitarla al matrimonio reale. Se non c’è speranza di documentazione del prezioso velo, perché Vittoria lo ha voluto con sé nella tomba, quando è morta, appena scoccato l’inizio di un nuovo secolo (1901), e i disegni sono stati distrutti, diversa sorte, anche se non molto diversa nei risultati, è toccata al vestito, smontato dalla stessa Vittoria e riutilizzato per farne vestitini per figlie e nipoti.
Se Vittoria rappresenta un modello ideale di comportamento per la borghesia e la piccola nobiltà inglese, l’Imperatrice Eugenia lo è per la Francia. Decisamente più elegante ed aulica, rispetto a Vittoria, coinvolta anche lei in un matrimonio d’amore, Eugenia regnerà per soli 17 anni (dal 1853 al 1870, data della caduta del II impero e dell’esilio) ma avrà modo di lasciare una grossa traccia di sé nella memoria collettiva d’Europa. Un destino particolare e un’amicizia profonda lega le due donne ed imperatrici: anche se molto diverse fisicamente, le accomuna una non eccessiva differenza di età (7 anni), dei contatti continui, il fatto di essere vissute entrambe molto a lungo (82 anni Vittoria, 94 Eugenia), e, non da ultimo, quello di essere vedove entrambe di un consorte molto amato. Spesso Eugenia, nei momenti di crisi, trova rifugio in Scozia, da Vittoria. Viaggeranno anche romanticamente insieme per l’Europa, in incognito, come Contessa di Pierrefonds e Contessa di Balmoral.
Corredi principeschi a parte, un tempo la lunga preparazione del corredo avveniva all’interno delle mura domestiche, con l’eccezione di alcuni capi molto pregiati (per la presenza di ricami e merletti), la cui confezionatura era appannaggio, in genere, di ambienti “specializzati”, come i conventi femminili. Le stesse monache fungevano anche da conservazione e trasmissione delle tecnologie e delle abilità necessarie, soprattutto dopo la grande diffusione del corredo in bianco, dall’ultimo quarto del ‘700. E’ del ‘900 invece l’inizio della diffusione di ditte specializzate, che propongono tanto di cataloghi e preventivi per corredi della più diversa portata.
Se, con il passare del tempo, il corredo ha finito per assottigliarsi (una dozzina… mezza dozzina di capi della stessa tipologia…) e poi per perdere la sua caratteristica di funzione sociale (fatto dovuto anche al consumismo, all’invecchiamento velocissimo dei modelli, al fatto di “dirottare” consistenti interventi finanziari su beni più appetibili, come la casa o l’arredo), è vero anche che assistiamo ora ad una riscoperta del “pezzo speciale”, dell’oggetto tessile selezionato: un oggetto di particolare valore culturale, o di design, che possa far parte del “corredo” della futura sposa (o futuro sposo); che possa rappresentare un anello di congiunzione con la famiglia, o con una realtà da cui comunque ci si stacca; un oggetto da vivere (e, perché no?, anche tramandare) come speciale elemento di arredo per la nuova casa e la nuova situazione sociale.
Nel Museo Virtuale:
Sala n. 3 Una cassa di corredo, aperta, in modo da mostrare parzialmente il suo prezioso contenuto, fa bella mostra di sé tra le due finestre di un palazzo fiorentino della prima metà del ‘600. La scena ricostruisce un ambiente familiare dell’entourage dei Medici: una sala di un palazzo nobiliare con annessa alcova contenente il letto. La guardarobiera sta acconciando una giovane dama seduta, in procinto di nozze. Dalla cassa, e sparsi nella stanza, compaiono merletti e finiture preziose del corredo della ragazza. La madre, seduta accanto al focolare, accudisce ad una bambina della famiglia e legge intanto dal libro: “Descrizione delle felicissime nozze…”, di Michelangelo Buonarroti (nipote del più celebre omonimo), relative al matrimonio appena avvenuto (nell’anno 1600) tra Maria de’ Medici ed Enrico IV di Francia.
Esattamente come capita per le opere d’arte, in cui si chiariscono il contesto storico, le commesse, i rapporti politici, le usanze, i vincoli, la morale, etc…, anche il merletto va vissuto come testimonianza viva di una evoluzione, e non semplicemente come parte di una storia perduta che può essere solo riprodotta. Nel 1939 Coco Chanel scriveva: “contrariamente a tanti altri elementi preziosi che, con l’evoluzione industriale, hanno perduto gran parte del loro carattere lussuoso, il merletto, adattandosi alle esigenze economiche e industriali del nostro tempo, ha conservato le sue caratteristiche di eleganza preziosa, di leggerezza e di lusso”.
Nascita storica del merletto
Quando: fine del ‘400
Dove: Venezia
Anche se l’identificazione del merletto come oggetto prezioso e di eccezione, pur con le dovute variazioni tipologiche e di destinazione sociale, è da considerarsi stabile nel tempo, è appurato che questo splendido miracolo dell’arte tessile nasca in un momento storico specifico e in una situazione culturale del tutto particolare. Il merletto è figlio del Rinascimento italiano; Rinascimento veneziano però, non fiorentino, anche se proprio presso la Corte dei Medici il merletto avrà un exploit di una tale forza e consistenza da essere poi da riferimento a tutte le corti d’Europa. Non è casuale che nasca durante il Rinascimento, contemporaneamente alla riscoperta di una dimensione terrena e tutta umana di gioia di vivere e di mostrare, e che sia figlio di quella ricerca, anche spasmodica e a 360 gradi, di nuovi simboli del lusso e di identificazione, da parte di una nuova classe emergente, ricca, colta, e con un interesse naturale per il bello, l’eccezionale, il ricercato…
Mentre possiamo dire che il ricamo è sempre esistito, anche se la diffusione del ricamo in bianco è relativamente recente (dal neoclassicismo settecentesco), anche se ha avuto riferimenti tipologici molto vari nel tempo (un tempo il ricamo a colore, e con l’aggiunta di fili d’oro o d’argento, perle e pietre preziose, era appannaggio esclusivamente maschile nell’esecuzione), il merletto, con la sua origine quattrocentesca, nasce direttamente dallo sfilato. In pratica, la ricerca di tecniche ed effetti nuovi nel ricamo, nella sperimentazione rinascimentale di nuovi linguaggi, porta ad una sfilatura sempre più accentuata fra trama ed ordito del tessuto, per avere un maggior campo di intervento poi con la riempitura a ricamo dei vuoti; fino a che si intuisce che si può creare una nuova meraviglia “dal nulla” senza bisogno di supporto. Non è casuale il fatto che il reticello rappresenti la nascita del merletto ad ago e anche il punto di passaggio dalla tecnica dello sfilato al merletto vero e proprio. Mantiene infatti le caratteristiche ortogonali del rapporto fra trama e ordito, in forme decorative che sono ancora molto geometriche, sia per la sensibilità tipica dell’iconografia del primo Rinascimento, sia per la relativa facilità con cui queste vengono ottenute. Spetterà poi al primo tipo effettivo di merletto ad ago: il punto in aria, la possibilità di creare i primi timidi motivi a fiorami e le virtuosistiche punte dei grandi colli a gorgiera, che avranno la massima diffusione tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, costruite però intorno ad una base interna ancora di reticello.
Quasi contemporaneamente alla tecnica “ad ago” si affiancherà poi la tecnica del merletto “a fuselli”, o “a tombolo” (lavorazione per incrocio, con più fili contemporaneamente, su una base, o cuscino, normalmente cilindrico), con forme e risultati altrettanto pregevoli ed assolutamente autonomi, ma con inevitabili sconfinamenti “di campo” tra una tipologia e l’altra, quando una delle due mostrava punte di particolare apprezzamento nella moda e nella cultura del tempo.
Nel Museo Virtuale:
Scena ricostruita dalle incisioni cinquecentesche di Jacopo Strada, a simbolizzare la nascita del merletto. All’interno di un portego di un palazzo veneziano (sala di rappresentanza al piano nobile, aperta su due lati) un gruppo di tre ragazze si intrattiene nel lavoro-passatempo di ricamo e merletto. Una in particolare sta eseguendo delle sfilature ad ago, mentre le altre due ammirano una bordura a reticello in una tovaglietta che tengono tra le mani.
Se facciamo riferimento a corredi importanti e nobiliari, il merletto diventa subito una voce irrinunciabile, insieme ai gioielli e considerato allo stesso modo, soprattutto come finitura di prassi intorno al collo e ai polsini delle maniche, sia nel costume femminile che in quello maschile; talmente importante, come identificazione di una classe sociale, da essere rappresentato anche su armature complete. Va considerato, inoltre, che l’invenzione e l’esecuzione di un merletto rappresenta anche una delle pochissime attività artistiche a cui una donna del Rinascimento potesse effettivamente dedicarsi: conosciamo pochissime donne pittrici, o poetesse, e in genere si tratta di cortigiane. La stessa Caterina de’ Medici, andata sposa nel 1533 al futuro re Enrico II di Francia (e con uno dei più ricchi corredi che la storia del ‘500 ricordi), abile statista e donna di polso, nonché madre di ben tre re di Francia, non disdegnava di farsi vedere con i suoi preziosi lavori di merletto in mano, in giro per le stanze di Chambord o del castello di Blois…
Se invece consideriamo corredi borghesi (ad eccezione di situazioni particolari, come l’Olanda, dove la classe borghese e mercantile sostituisce di fatto quella nobiliare, fin dal ‘600) e, ancor più, corredi di carattere popolare, la presenza di capi con il prezioso merletto è un fatto decisamente ottocentesco, legato anche ad una maggior radicamento sociale dell’istituzione “corredo” e, soprattutto, alla diffusione di tecnologie per l’esecuzione del merletto meccanico. Il passo avviene comunque con una certa gradualità: non è raro infatti il caso che un merletto, già usato più volte o fuori moda, possa essere regalato dalla padrona alla sua cameriera fedele, o, addirittura, essere oggetto di lascito testamentario. L’800 vede anche la diffusione di “merletti alternativi” rispetto alle tecniche tradizionali ad ago e a fusellii, più semplici, di esecuzione più veloce, e, quindi, con una connotazione decisamente più “domestica”: è il caso, ad esempio del pizzo Irlanda, eseguito ad uncinetto, ma con un filo di cotone molto fine, tanto da dare la suggestione di un merletto veneziano del ‘600. Dall’isola omonima il pizzo Irlanda (o punto Irlanda) ha avuto poi una diffusione molto vasta; introdotto nel 1904 nell’Isola Maggiore del lago Trasimeno, in Umbria, ha dato origine ad un piccolo, delizioso museo, a tutt’oggi visitabile.
Nel Museo Virtuale:
Sala n. 2: scena cinquecentesca di giovani nobili veneziane intente, in un portego, alla preparazione di capi di corredo. Sala n. 3: ambiente fiorentino di inizio ‘600 dell’entourage dei Medici, con cassone da corredo aperto. Sala n. 6: interno di famiglia borghese olandese, intenta a prendere un tè (inizio ‘700). Sala n. 13: diffusione del corredo -la regina Margherita visita la scuola e il laboratorio di Burano (seconda metà dell’800). Sala n. 14: interno di casa di pescatori dell’isola Maggiore (lago Trasimeno/Umbria), con gruppo di donne intente ad eseguire pizzi a punto Irlanda (prima metà del ‘900).
Se parliamo di tovaglie, o di oggetti tessili comunque per coprire la tavola, il merletto compare quasi subito: abbiamo diversi esempi, anche prestigiosi, già durante il ‘500. Questo perché in Italia (e, in genere in Europa centrale) la tovaglia, oltre a rappresentare le possibilità finanziarie del padrone di casa, ed essere quindi uno dei fatti più “ostentabili”, a parte il costume che si poteva portare anche fuori, ha, da sempre, rappresentato anche un fatto culturale. In pratica, più che il tavolo (se si eccettuano i fratini dei conventi, un tavolo stabile “da pranzo”compare solo nel ‘700), era la tovaglia a stabilire il ceto sociale delle persone che potevano sedersi intorno. E, dato che l’ospite di riguardo si puliva direttamente le mani sulla tovaglia, le tovaglie venivano messe a strati, da togliere via via, al cambiare dei servizi di tavola. Un esempio eclatante è dato dal “Convito a casa di Levi”, grande telero dipinto da Paolo Veronese nel 1573, attualmente a Venezia, alle Gallerie dell’Accademia, dove la tovaglia più esterna è impreziosita da un merletto di vistose dimensioni. Nei tendaggi e nel resto dell’arredo, data la sua preziosità, il merletto compare invece molto più tardi (le finiture sono in genere di passamaneria), anche perché bisogna arrivare al ‘700 per concepire un normale interno di abitazione arredato in modo stabile, e con mobili e finiture a specifica destinazione.
Nel Museo Virtuale:
Esempi di tovaglie con merletto si possono trovare nelle sale: Sala n. 2: scena cinquecentesca in un portego veneziano. Sala n. 3: interno di palazzo fiorentino di inizio ‘600. Sala n. 4: presentazione del point de France al Re Sole (ambiente parigino a riferimento Versailles, 1680 circa). Sala n.6: interno borghese olandese di inizio ‘700. Sala n. 7: la cioccolata di Madame de Pompadour ai Petit Appartaments a Versailles. Sala n. 13: interno della scuola e laboratorio di Burano, seconda metà dell’800.
Possiamo distinguere fra la comparsa del merletto sulla tovaglia d’altare e quello sulle vesti ecclesiastiche. Per quanto riguarda la prima c’è un’osmosi continua tra tovaglia di civile abitazione e tovaglia d’altare. D’altra parte l’Eucaristia è stata istituita in ricordo dell’Ultima Cena e le stesse tavole apparecchiate, almeno nei dipinti e negli affreschi fino alla metà del ‘400, erano esclusivamente di soggetto religioso: Ultima Cena, Cena di Emmaus, Nozze di Cana, Convito a casa di Levi. Con tutta probabilità le stesse tovaglie perugine (v. Sala n. 1) sono nate come tovaglie d’altare. A volte è difficile anche stabilire un uso certo per una tovaglia del ‘500 di piccola dimensione, con finitura a reticello e punto in aria, se destinata ad un altare o ad un uso privato. Per quanto riguarda l’uso del merletto nel costume ecclesiastico nobiliare, questo va di pari passo al diffondersi del merletto nella moda, con una prima comparsa cinquecentesca e un exploit di eccezionale portata dall’inizio del ‘600, in corrispondenza a quella “necessità dell’apparire” che sarà l’elemento contraddistintivo di tutto il secolo. Splendide balze di merletto a punto in aria compaiono sulle vesti di papa Paolo III Farnese (1534-49), del cardinale Ferdinando de’ Medici (poi granduca Ferdinando I), nel ritratto del 1588 degli Uffizi (pittore della cerchia di Alessandro Allori); di grandissimo valore e di squisita bellezza doveva essere il merletto del ritratto del cardinale Bentivoglio, dipinto da Van Dyck tra il 1622 e il 1623 (Firenze, Galleria di Palazzo Pitti).
Nel Museo Virtuale:
Prelato e cappella gentilizia in un palazzo veneziano di fine ‘700.
Se per biancheria intendiamo anche la camicia (sia da uomo che da donna) e i suoi derivati (sia da notte che da giorno) il merletto compare, ovviamente sempre presso la classe nobiliare, nel passaggio tra il ‘400 e il ‘500, mano a mano che la preziosa trina si sostituisce alla lattughina (piccola finitura di stoffa arricciata), che chiude il collo o all’analogo sbuffo del polsino. Se invece parliamo di braghesse, mutande, ecc…, il discorso è un po’ più complesso, e non solo perché in certe situazioni sono state osteggiate anche dalla Chiesa, come capo frivolo, quando non addirittura peccaminoso, ma anche per un certo quasi ritegno a nominarle nei corredi. E, d’altra parte, non è certo facile intravederle nei dipinti ed affreschi prima del ‘700. Un curioso “braghettone” con finitura a merletto (probabile punto in aria), indossato da un soldato sopra la calzamaglia, compare in un dipinto di Pedro Berreguete (1450 circa-1504circa): Autodafè presieduto da San Domenico, conservato a Madrid, al Museo del Prado. La biancheria intima comincia ad acquistare grande importanza solo verso la metà del 1700, regno incontrastato degli impalpabili merletti Valenciennes, Malines, Binche, Lille (a fuselli), Alençon, Argentan (ad ago) (V. Sala n. 7, dedicata a Madame de Pompadour), per trionfare poi, nell’ultimo quarto del secolo, con la diffusione a macchia d’olio del corredo in bianco.
(*) I Cinque Figli Maggiori di Carlo I d’Inghilterra
(**) Il Matrimonio di Sua Graziosissima Maestà la Regina Vittoria
(***) L’Imperatrice Eugenia circondata dalla sue Dame di Compagnia
Incisione a puntasecca (colore) di Fréderic-Auguste La Guillermie (pittore e incisore parigino), 1890, cm. 93x65, dal dipinto omonimo di Antony van Dick, Collezione Reale di Windsor Castle, 1637.
Si tratta di un grande ritratto, a figura intera dei cinque figli di Carlo I Stuart, nati tra il 1630 e il 1636: il principe Carlo (futuro Carlo II) al centro, con la mano sinistra posata sulla testa di un mastino; Jacopo e Maria (vestiti indistintamente con abiti “femminili”, come d’uso all’epoca per i bambini più piccoli) sulla sinistra della composizione; le più piccole Anna ed Elisabetta, con un cagnolino, sulla destra. Il futuro Carlo II (all’epoca a 7 anni) indossa un grande collo e polsini di uno splendido merletto veneziano; preziosi merletti sono anche sui colli e finiture degli abiti degli altri quattro bambini.
Incisione/acquatinta (bianco-nero) di Charles Edward Wagstaff, Londra 1808, cm. 115,5x87,5, dal dipinto omonimo di Sir Gorge Hayter della Collezione Reale di proprietà di Sua Maestà la Regina Elisabetta II, 1844. E’ una vera e propria “foto di cronaca” del matrimonio tra Vittoria e Alberto, il 10 febbraio 1840. La sposa è al centro, mano nella mano con Alberto, splendente nel suo semplice ma preziosissimo abito e velo bianco di pizzo Honiton e in testa una corona di fiori d’arancio proveniente dal giardino della sua amata casa ad Osborne, nell’isola di Wight. E’ immortalato il momento del “si”, davanti all’officiante e attorniata dalla Corte, nei vistosi abiti da cerimonia di questa parte del secolo.
Litografia (colore) di Léon Noel, imp. Lemercier, Paris, cm. 94x67, dal dipinto omonimo di F. Winterhalter, Musée National du Château de Compiègne, 1855.
E’ uno dei ritratti più famosi e più belli di Eugenia, seduta all’aperto, in una radura tra gli alberi, tra le sue dame, in un tripudio di eleganza e merletti. L’Imperatrice è in posizione leggermente più alta, sulla sinistra: indossa un elegantissimo abito di seta bianca e tulle, con guarnizioni di nastri di seta color lilla, e sta porgendo un mazzolino di agrifoglio alla Grande-Maîtresse, la Principessa d’Essling. Perfettamente riconoscibili nel ritratto anche tutte le altre sette Dame di Corte: la Baronessa di Pierres, la Viscontessa Lezay Marnésia, la Marchesa di Montebello, la Duchessa di Bassano, la Baronessa di Malaret, la Marchesa di las Marismas e la Marchesa di de la Tour Maubourg.